“La mia storia d’amore è durata nove anni, era un ragazzo così innocente, solo nove anni…”
C’è un momento, in cui la voce si spezza.
Sebbene prevedibile, non si è mai del tutto preparati ad affronta il dolore dell’altro. Specialmente non quel tipo di dolore derivato da grandi mali, per cui frasi di circostanza come “vedrai, andrà tutto bene”, risultano del tutto fuori luogo, se non offensive. Si tratta di sofferenze che ci mettono a tu per tu non solo con l’altro ma anche con i silenzi disagevoli, che ci costringono in qualche modo a rivalutare il silenzio come unica risposta possibile e ad apprezzare il linguaggio corporeo come unica forma di espressa solidarietà. Così mi alzo, in silenzio, abbracciando I. Non c’è altro che potrei dire, o fare e dopo anni – finalmente – ho imparato ad accettarlo.
I. è una donna minuta di 63 anni, con i capelli neri – ben ordinati – pettinati all’indietro, e mi devo piegare leggermente per poterla avvolgere in un abbraccio. Ci aggrappiamo l’una all’altra come piante rampicanti, io al suo dolore, lei alle mie braccia. I. si discosta gentilmente, prima di estrarre dalla borsetta un fazzoletto a quadretti colorato con cui si asciuga gli occhi umidi, sotto le lenti degli occhiali. “Ci siamo sposati nel 1981, avevamo due bambine, una nata lo stesso anno, l’altra nel 1985. Poi, il 15 marzo 1990, D., mio marito, è scomparso”.
D. è stato sequestrato e poi fatto sparire all’età di 35 anni, mentre si recava all’ospedale di Kandy per comprare delle medicine. Molto probabilmente, sospettato di essere un membro del partito di stampo marxista-leninista Janatha Vimukthi Peramuna (JVP), o Fronte di Liberazione Popolare, durante l’insurrezione del 1987-90; durante la quale, si stima che 30.000-60.000 giovani cingalesi – sospettati di affiliazione con il partito JVP – siano stati uccisi, o fatti sparire dagli “squadroni della morte” del governo. Chiedo a I. se suo marito avesse qualche affiliazione politica ma I. scuote il capo vigorosamente, “mio marito era un operaio” – risponde – “andava a lavoro e poi tornava a casa, niente di più”.
I. mi mostra il certificato di matrimonio, un foglio sgualcito, sottile come carta velina, che estrae con estrema cura da una cartellina beige. Ci sono anche la carta di identità di D. e una foto che li ritrae assieme. I. indossa un bellissimo sari giallo e sorride leggermente. Osservando la foto con attenzione ne riconosco i tratti giovanili e la medesima capigliatura impeccabile. D., vicino a lei, indossa una camicia blu scuro e dei pantaloni color cachi. “Le nostre famiglie non era d’accordo sai – racconta I. con un sorriso malinconico e vagamente malizioso dipinto in volto – perché quando ci siamo sposati, lui non aveva ancora un lavoro. Ci siamo conosciuti al villaggio e ci siamo innamorati. L’ho sposato sette giorni prima di partorire la nostra prima figlia. Quando ha cominciato a lavorare come operaio mi dava tutti i soldi che guadagnava. Era un compagno molto disponibile e gentile”.

Da quel marzo 1990, D. è scomparso e I. non ha ricevuto nessuna notizia del marito.
Tutto quello che è riuscita ad ottenere – mi dice – è un “risarcimento” di 50.000 rupie, il corrispettivo di 146.90 euro: l’esiguo prezzo di una vita.
I ventilatori appesi al soffitto sibilano rumorosamente al secondo piano del Cafe Devon, così, chiedo a uno dei ragazzi di spegnerli. I. mi mostra altri fogli, più recenti, ovvero i ricorsi, le lettere che ha spedito ad ogni ufficio governamentale in cerca di giustizia e verità, compreso l’Ufficio per le Persone Scomparse (Office of Missing Persons), istituito solo nel 2017. Tuttavia, una notifica di presa in carico è tutto ciò che ha ricevuto in risposta, da allora, più niente.
“Dopo la scomparsa di mio marito sono rimasta con due bambine, una di nove e l’altra di cinque anni. Per sopravvivere ho lavorato come domestica, tagliavo anche l’erba per il bestiame. A quel tempo era molto difficile vivere da sola per una madre single, molti uomini hanno cercato di molestarmi. Non abbiamo ricevuto nessun supporto dalla nostra comunità, perché la gente aveva paura che fossimo membri del partito. Siamo state emarginate dalla comunità, solo i miei genitori mi hanno aiutata”. Gli occhi di I. si velano di tristezza nel ripercorrere tempi scanditi da una profonda solitudine e dal dolore, sempre vivo, della scomparsa e conseguente, instancabile ricerca del marito.

La storia di I. è simile a quella di S., il cui padre, J., è stato sequestrato – all’età di 33 anni – la notte del 10 gennaio 1990. “Mio padre era un lavoratore nelle piantagioni di tè. Alcuni dei suoi amici erano coinvolti con il partito e per questo, crediamo, qualcuno deve aver sospettato che anche lui avesse qualche affiliazione con JVP.
Avevo cinque anni e mi ricordo che verso mezzanotte un gruppo di dieci uomini in divisa militare ha fatto irruzione in casa nostra. Hanno cercato anche di uccidere mia madre ma quando hanno sentito piangere me e i miei due fratelli maggiori, se ne sono andati portandosi via mio padre. Da quel giorno, non l’abbiamo più visto”.
S. racconta della mobilitazione di tutta la sua famiglia nella ricerca di J., “i dieci giorni seguenti, mio madre, io ed i miei fratelli abbiamo bussato alla porta di tutti i campi militari vicino Kandy, senza ottenere nessuna risposta. Mio nonno invece si è recato a Urispaththuwa, vicino Teldeniya, il villaggio in cui vivevamo. La gente vociferava che in quel luogo venivano bruciati dei corpi. Quando è arrivato, ha avvistato circa 30 corpi, mentre 5 stavano già bruciando. Mio nonno mi ha detto che quando mio padre è stato rapito, indossava il suo saronge, e crede di averlo identificato tra uno di quei cadaveri ma non possiamo esserne certi”.
Anche S. ha presentato un’istanza all’Ufficio per le Persone Scomparse nel 2020. Mi mostra la lettera spedita e la nota di presa in carico che – anche in questo caso – è l’unica risposta ricevuta. S. mi porge anche la carta di identità del padre, plastificata, dove J. appare in una foto in bianco e nero mentre guarda di lato, con un’acconciatura alla moda di allora. “Mia madre ha dovuto affrontare così tante difficoltà. A quel tempo non aveva un lavoro, era una domestica. Ha speso tutti i soldi che aveva per cercare mio padre ma non abbiamo ottenuto nessun tipo di giustizia, nessuna evidenza, nessun risarcimento. Inoltre, avevamo paura delle repressioni del governo, eravamo gente povera e siamo rimasti in silenzio. Quando i soldi sono finiti, abbiamo dovuto vendere la nostra terra”.
“Qualche tipo di giustizia”.